"Il deserto rosso" è il quarto capitolo della parentesi sull’alienazione, che già era stata analizzata in diversi modi ne "L’avventura", "La notte" e "L’eclisse", ed è anche il primo film a colori del regista, che utilizza i cromatismi già dal titolo, per tessere una trama (con la sceneggiatura del fido Tonino Guerra) che come sempre ha come veri protagonisti non gli attori, ma i paesaggi, le case, i campi lunghissimi persi nella nebbia.E’ forse la nebbia la vera protagonista del film, una nebbia che rappresenta appunto la solitudine della protagonista, Giuliana (una Monica Vitti sublime), una incerta osservatrice di un mondo che non sente più suo, e nel suo desiderio di fuga cerca rifugio nel tradimento e nella ricerca di un consenso o di un senso, ma non fa altro che confondere le tessere di un mosaico color della solitudine e del dubbio.
Ravenna è il fondale di una storia dove, come sempre nei film di Antonioni, i personaggi quasi si sovrappongono ai fondali, dove l’inverno è sibilante, dove i tratti dei personaggi restano in superficie e dove si dice senza dire.I personaggi con i quali Giuliana si incontra e si scontra, compreso il marito, sembrano tutti attori di un gioco perverso ai suoi danni, fino a quello strano giorno in una baracca fredda, con gli sguardi e i brividi di una lussuria medio borghese, mai svelata ma leggibile.
Antonioni adora le donne dei suoi film e si prostra ai loro piedi, le scruta, una su tutte la sua Musa Monica, si avvicina per poi abbandonarne i destini e scorrere sulla voce fuori campo che sull’incedere del film sottolinea anche alcune note insolitamente solari e oniriche.
Sebbene la dimensione del sogno non è costituita, si può certo affermare che "Il deserto rosso" lascia comunque un sapore di notte e crepuscolo, e lo lascia negli occhi.
Musica di Giovanni Fusco cantata da Cecilia Fusco e diretta da Carlo Savina, musiche elettroniche da composizioni di Vittorio Gelmetti
Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 1964, la conferma che premiò un regista ed intellettuale che seppur non nazional-popolare come altri, si è saputo ritagliare meritato rispetto e stima, quale grandissimo tra i grandissimi.

Infatti abbiamo già parlato di come, nel 1971, lo sceneggiato "Il Segno del Comando" avesse rivoluzionato il modo di concepire la prima serata, numerosi i filgi di quello sceneggiato, ma senza dubbio, nel fatidico 1975 ce n’è uno che direttamente si ricollega a quello straordinario ed irripetibile racconto, "Ritratto di donna velata".
La ragazza in questione è Elisa (una bellissima Daria Nicolodi) lì con lui alla festa, e Luigi ne rimane affascinato e la porta con sé a Volterra, dove lei deve scrivere la propria tesi di geologia, e lui ha uno strano cugino che abita in una austera casa popolata di quadri e presenze inquietanti… ma chi è la ragazza col velo nel più strano di questi quadri? E che c’entra il museo di reperti etruschi? Lascio la risposta alla visione delle cinque puntate che formano la serie, tra l’altro reperibili facilmente in dvd per un pezzo interessante di tv anni ’70, ancora nel magico bianco e nero, perfetto background visivo come già lo era stato per il capolavoro del Segno del Comando… 

Il contenuto dell’album è la sintesi di tutto ciò, introduzione tardo-psichedelica ma coi suoni acidissimi ("And the address") che avrebbero esasperato il genere, la cover di "Hush" come contraccolpo molto pop, la scomposizione delle certezze della musica d’allora, con le cover psichedeliche di "I’m so glad" dei Cream, e l’epocale "Hey Joe" portata al successo l’anno precedente da Hendrix... il tutto in un caleidoscopio dove le trame sono tenute insieme dall’organo Hammond di Jon Lord e dalla chitarra lisergica di Ritchie Blackmore, i fondatori del gruppo nonché perfetto connubio autoriale… Paice offre una prova di batteria ancora molto anonima, mentre Simper e Evans verranno poi puniti dal tempo.