sabato 11 luglio 2009

Il deserto rosso - (1964)

Un film di Michelangelo Antonioni, con Monica Vitti, Richard Harris

Trovarsi davanti ad un’opera di Michelangelo Antonioni equivale al venire assorbito dall’intenzione, dall’intensità di un grande maestro, che come un pittore naif, tinge la tela con pochi tratti che ci rimangono nel cuore. Sempre.
"Il deserto rosso" è il quarto capitolo della parentesi sull’alienazione, che già era stata analizzata in diversi modi ne "L’avventura", "La notte" e "L’eclisse", ed è anche il primo film a colori del regista, che utilizza i cromatismi già dal titolo, per tessere una trama (con la sceneggiatura del fido Tonino Guerra) che come sempre ha come veri protagonisti non gli attori, ma i paesaggi, le case, i campi lunghissimi persi nella nebbia.
E’ forse la nebbia la vera protagonista del film, una nebbia che rappresenta appunto la solitudine della protagonista, Giuliana (una Monica Vitti sublime), una incerta osservatrice di un mondo che non sente più suo, e nel suo desiderio di fuga cerca rifugio nel tradimento e nella ricerca di un consenso o di un senso, ma non fa altro che confondere le tessere di un mosaico color della solitudine e del dubbio. Ravenna è il fondale di una storia dove, come sempre nei film di Antonioni, i personaggi quasi si sovrappongono ai fondali, dove l’inverno è sibilante, dove i tratti dei personaggi restano in superficie e dove si dice senza dire.
I personaggi con i quali Giuliana si incontra e si scontra, compreso il marito, sembrano tutti attori di un gioco perverso ai suoi danni, fino a quello strano giorno in una baracca fredda, con gli sguardi e i brividi di una lussuria medio borghese, mai svelata ma leggibile.
Antonioni adora le donne dei suoi film e si prostra ai loro piedi, le scruta, una su tutte la sua Musa Monica, si avvicina per poi abbandonarne i destini e scorrere sulla voce fuori campo che sull’incedere del film sottolinea anche alcune note insolitamente solari e oniriche.
Sebbene la dimensione del sogno non è costituita, si può certo affermare che "Il deserto rosso" lascia comunque un sapore di notte e crepuscolo, e lo lascia negli occhi.
Musica di Giovanni Fusco cantata da Cecilia Fusco e diretta da Carlo Savina, musiche elettroniche da composizioni di Vittorio Gelmetti
Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 1964, la conferma che premiò un regista ed intellettuale che seppur non nazional-popolare come altri, si è saputo ritagliare meritato rispetto e stima, quale grandissimo tra i grandissimi.

sabato 27 giugno 2009

Ritratto di donna velata - (1975)

Uno sceneggiato Rai del 1975, regia di Flaminio Bollini

Il 1975 ha rappresentato, nel servizio pubblico, un cambiamento a dir poco epocale della programmazione Rai così come la si era vista sino a quel momento,
Con la legge di riforma Rai, la famosa legge 103, la tv di stato non fu più controllata dal Governo bensì dal Parlamento, andando così a lottizzarsi in una equa suddivisione delle reti tra i partiti principali, cosicché il primo canale (l’attuale Rai Uno) divenne controllata dalla linea editoriale della Democrazia Cristiana, il secondo canale andò al Partito Socialista, e venne creato il terzo canale andò sotto l’egida del Partito Comunista.
La legge in questo ambito risulta rivoluzionaria poiché per la prima volta andò ad instaurarsi un acceso antagonismo tra le reti, proiettando anni luce in avanti le programmazioni, ma continuando le sperimentazioni avanguardistiche già in atto nei primi ’70.Infatti abbiamo già parlato di come, nel 1971, lo sceneggiato "Il Segno del Comando" avesse rivoluzionato il modo di concepire la prima serata, numerosi i filgi di quello sceneggiato, ma senza dubbio, nel fatidico 1975 ce n’è uno che direttamente si ricollega a quello straordinario ed irripetibile racconto, "Ritratto di donna velata".
Lo sceneggiato in oggetto ha molti punti in comune con il predecessore, fosse solo per avere alla regia Flaminio Bollini, gia co-autore del Segno, per il quale vi rimando alla lettura della trama.
Ma "Ritratto di donna velata" ha ingredienti che sono più vicini alla vita di tutti giorni, ha inserti pop leggeri in alternanza agli incredibili picchi inquietanti di suspense gotica.
Il personaggio principale è Luigi Certaldo (Nino Castelnuovo), uno squattrinato collaudatore di auto, che sempre in cerca di soldi facili si ritrova ad una festa nell’appartamento di un amico, festa durante la quale riceve una strana telefonata in cui una voce di vecchio lo mette in guardia dalla "ragazza col gatto". La ragazza in questione è Elisa (una bellissima Daria Nicolodi) lì con lui alla festa, e Luigi ne rimane affascinato e la porta con sé a Volterra, dove lei deve scrivere la propria tesi di geologia, e lui ha uno strano cugino che abita in una austera casa popolata di quadri e presenze inquietanti… ma chi è la ragazza col velo nel più strano di questi quadri? E che c’entra il museo di reperti etruschi? Lascio la risposta alla visione delle cinque puntate che formano la serie, tra l’altro reperibili facilmente in dvd per un pezzo interessante di tv anni ’70, ancora nel magico bianco e nero, perfetto background visivo come già lo era stato per il capolavoro del Segno del Comando…

sabato 20 giugno 2009

Fino all'ultimo respiro - (1960)

La rivoluzione degli anni ’60 si è sviluppata già da molto prima del cardine culturale del ’68, attraverso lo scardinamento di regole che sembravano consolidate ma che in realtà finirono per essere sistematicamente sovvertite già dagli stessi creatori di certe influenze.
L’arte in genere ha avuto dai ’60 correnti di nuovi fermenti, e la settima arte non fu da meno, anzi, attraverso il cinema non solo si sono stabiliti nuovi linguaggi, ma si è potuto documentare un passaggio fondamentale come con nessun altro mezzo possibile. In Francia la Nouvelle Vague era una di queste nuove forme d’arte.
Un cinema di omaggi, di artigianato sopraffino, di sguardi in macchina da presa, di gusto per la libertà, di emancipazioni o di emarginazioni, di antieroi e di vite al limite… ma anche di tanto altro.

Jean-Luc Godard nel 1960 gira "A bout de souffle", che in Italia prenderà il titolo di "Fino all’ultimo respiro", pietra miliare di una nuova creatività autocelebrata e consacrata in seguito dal consenso generale, dallo stile e dalle menti che lo andarono a delineare.
Se si vuole tracciare una breve sinossi, è bene partire dallo scoppiettante inizio, dove un grandioso Jean Paul Belmondo, (sigaretta sempre accesa in omaggio a Bogart, ma anche Jean Gabin) è un ladruncolo di nome Michel Poiccard, uno che vive veloce, uno che ammicca continuamente, che deruba le proprie amanti, o che fa il cascamorto per gioco con la ragazza americana che gli cambierà la vita nella peggiore accezione del termine, da quando lui si è macchiato di un omicidio che finisce per essere sommerso da tutte queste azioni, ma rimane il sottofondo inquietante e nel contempo inverosimile della vicenda… ma la cinepresa lo segue, vorticosa, curiosa ed esasperatamente vera… o a tratti volutamente artificiale, ricordandoci che stiamo guardando un film, con raccordi tra le scene errati, o chiusure a iride che ricordano il cinema di quarant’anni prima… ma cinema, cinema nel bianco e nero più immediato e sfacciato.
Il piano sequenza che vede Poiccard camminare per Parigi con la sua ragazza americana, Patricia, (Jean Seberg) è un esempio di tutto ciò, i protagonisti passeggiano per una Parigi vera, dove i passanti si accorgono che c’è una ripresa in corso e guardano gli attori o direttamente in macchina, i protagonisti voltano le spalle al pubblico per poi tornare indietro fino al "fuori campo" di Poiccard che lascia tutto in sospeso… ma fino a quando? Nota di riguardo nll'edizione italiana è la voce di Belmondo prestata dal grande Pino Locchi, sebbene il doppiaggio dell'epoca si è preso qualche licenza che ha snaturato l'intenzione di alcuni dialoghi. Cammeo dello stesso regista come firma in calce ad un pezzo di storia del cinema moderno, un cinema come non lo si fa più. Purtroppo.

sabato 13 giugno 2009

Sandro Brugnolini - "Overground" (1970)

Nello sterminato mondo delle ristampe di prog italiano dei ’70, da poco tempo ci si è interessati molto di più al restituire a nuova vita dischi molto rari, facenti parte del periodo pre-progressivo, artisti underground che molto spesso sotto falso nome o monicker, hanno scritto album eccellenti, che vanno da fine ’60 a inizio ’70, e che spesso venivano già allora considerati non solo underground, ma anche psichedelici, vista l’indefinibilità del genere avanguardistico proposto.
Si deve pensare che molto spesso queste produzioni (come i già citati Psycheground ecc.) erano album di musica strumentale composta da un musicista affermato e consegnata nelle mani di un gruppo che la eseguisse, così che il sound divenisse pensiero personalissimo del compositore nonché un manifesto della nuova ondata di idee fresche che si stava per realizzare, ancora con un impatto psycho beat e senza i futuri barocchismi che in un certo tipo di prog divennero poi anche troppo pesanti.

Esempio eccelso da citare è dunque questo "Overground" di Sandro Brugnolini, musicista operante in molto generi, soprattutto nel jazz, ma anche stimatissimo collaboratore alla Rai nei ’60 ed i ’70, è sua ad esempio la prima sigla del Tg2, realizzata con strumentazione elettronica d0avanguardia e rivoluzionaria a tal punto da essere menzionata nell’incipit dell’articolo di fondo del Corriere della Sera dedicato alla nascita del nuovo telegiornale.
Tornando ad "Overground", registrato originariamente il 12 e 13 marzo 1970, si ha la netta sensazione, ascoltandolo, di trovarci davanti ad uno spaccato d’epoca che grazie all’abilità dell’autore, ne sottolinea tutta l’epocalità col solo uso della strumentazione classica basso-batteria-chitarra-organo e con l’utilizzo di alcuni effetti molto liquidi.
L’opener si initola "Celluin", un groove dove la fa da padrone il basso elettrico del grande Giovanni Tommaso e la chitarra di Silvano Cimenti, altri due nomi che non avrebbero bisogno di ulteriori presentazioni, l’organo di Giorgio Carnini è preciso e pulito, alla seconda chitarra, acidissima, c’è Angelo Barboncini, mentre alla batteria troviamo Enzo Restuccia.
Il disco scorre piacevolmente e ci regala anche momenti dove si sente molto di più l’ambito della soundtrack, dove la chitarra o l’organo sostituiscono l’ipotetica linea vocale, tutti i titoli sono essenziali, "Cirotil", "Amofen", che scritti così sembrano nomi di medicinali, ma il contesto miimale di certe linee trova coerenza coi secchi titoli. Eccellente come sempre da parte di AMS/Btf sia la remasterizzazione che il curatissimo packaging vinyl replica… nota di riguardo anche per la bella copertina in bianco e nero con un’opera contemporanea che ben sottolinea il contenuto musicale…

sabato 30 maggio 2009

Shades of DEEP PURPLE - (1968)

Della serie "Il primo amore non si scorda mai", ecco un disco senza il quale il concetto di rock anni ’70 avrebbe avuto un accezione diversa.
Parlando di Deep Purple siamo soliti pensare alla formazione e al sound di "Smoke on the water", il celebre riff del 1972 che è diventato il più famoso del rock, nonché per ogni neofita della chitarra elettrica e addirittura recentemente utilizzato da alcuni eretici televisivi come sigla di "Lucignolo", programma che si spera estinto.

Ma dissertazioni filologiche e tragiche a parte, il disco che prendo in esame fa parte del primo periodo della band, quando alla voce c’era Rod Evans e al basso Nick Simper, quando fin dalla copertina di questo loro primo album il gruppo sfoggiava un look piuttosto esilarante, con capelli cotonati che spero vivamente fossero solo parrucconi, ma perfettamente in linea con quello che era il concetto di immagine pop del mainstream del periodo, in una tv inglese in cui già si usava il colore per le trasmissioni e ci si poteva sbizzarrire coi costumi e le scenografie.
Di questo periodo ci sono diversi filmati, dove su tutti spicca proprio un’esibizione televisiva dove i nostri eroi eseguono "Hush", loro primo singolo, ma cover di lusso, dove tra lustrini e camicie multicolore si consumano gli ultimi istanti della "swingin’ London" dei post figli dei fiori, che presto avrebbero lasciato spazio a tutta una nuova onda nella quale il 1968, anno preciso dell’uscita del disco, è lo spartiacque non proprio casuale.
Ma parliamo dell’album.
Questa incisione è il perfetto intermezzo per ciò che ho appena detto, prima del ’68 un pop inglese dove i Beatles erano i Re e miriadi di gruppetti tentavano di imitarli, musica e testi felici, fiori e colori… dopo il ’68 ci sono invece le nuove inquietudini, il Vietnam sempre più contestato, la rivolta studentesca e la nuova e piena consapevolezza che poi il mondo non è proprio tutto rose e fiori, ed i suoni si esasperano in tal senso.
Questa la percezione temporale del vinile prodotto in questo anno focale. Il contenuto dell’album è la sintesi di tutto ciò, introduzione tardo-psichedelica ma coi suoni acidissimi ("And the address") che avrebbero esasperato il genere, la cover di "Hush" come contraccolpo molto pop, la scomposizione delle certezze della musica d’allora, con le cover psichedeliche di "I’m so glad" dei Cream, e l’epocale "Hey Joe" portata al successo l’anno precedente da Hendrix... il tutto in un caleidoscopio dove le trame sono tenute insieme dall’organo Hammond di Jon Lord e dalla chitarra lisergica di Ritchie Blackmore, i fondatori del gruppo nonché perfetto connubio autoriale… Paice offre una prova di batteria ancora molto anonima, mentre Simper e Evans verranno poi puniti dal tempo.
Nelle foto ho messo l’edizione in cassetta in mio possesso, non è la prima edizione uscita ma una ristampa datata 1974, e rappresenta il look totalmente blu dele cassette EMI dei ’70.
Un disco da avere per capire meglio un altro aspetto dell’anno 1968, il più discusso del ‘900.

sabato 23 maggio 2009

Spot '70: Coppa Zingara (1974)


Il caldo ci ha sorpresi un po' tutti, e allora per gli spot anni '70 rimango in tema estivo con un altro gelato del tempo che fu... la "Coppa Zingara" ha un aspetto invitante... qualcuno di voi un po' grandicello l'ha mai mangiata all'epoca??? Fateci sapere!